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Adam Smith ed il fallimento delle assicurazioni
Qualche tempo fa Lorenzo Bini
Smaghi, commissario italiano della Banca Centrale Europea, durante un
approfondimento economico della Rai, con uno strano sorriso sul volto,
affermava che il problema del debito si sarebbe dovuto affrontare ricorrendo
al sistema assicurativo, perchè (parole sue): “si sa, le assicurazioni non ci
rimettono mai”... Curioso.
Certo la soluzione sembrerebbe sicuramente molto gradita alle compagnie di
assicurazioni per le quali sembrava spendersi tanto il nostro rappresentante
alla Banca Centrale Europea. Eppure, almeno all’inizio, ci si aspetterebbe
proprio il contrario da casse nate per proteggere finanziariamente cittadini e
società dagli infiniti imprevisti, incidenti, catastrofi e rischi che
affliggono drammaticamente la nostra vita, le imprese e la nostra economia. Ci
si aspetterebbe che le casse di una compagnia assicurativa fossero
costantemente sotto pressione pur di far fronte eroicamente alle emergenze dei
suoi clienti, che fossero necessariamente bisognose di assistenza da parte dello Stato e
non viceversa.
D'altra parte è noto che le casse previdenziali e assicurative possono di
fatto persino essere utilizzate da governi e società anche per finalità del
tutto estranee agli interessi dei sottoscrittori (v. da ultimo, ad es., l’inchiesta
sui fondi della Sace Assicurazioni).
E allora cosa spinge Bini Smaghi in questa crociata a favore delle
assicurazioni? Dov’è la magia di cui parla il commissario italiano? Ed è vera
magia, o si tratta di qualcos’altro?
In che modo (12, sono quelli principali) le assicurazioni incassano dai loro
assicurati lasciandoli privi di copertura?
1) Normalmente il danno effettivo non viene mai riparato.
Non esiste corrispondenza tra la riparazione e l’evento dannoso per cui il
cliente ha pagato. Infatti, la decisione se liquidare o meno l’importo assicurato
dipende dall’accertamento degli elementi soggettivi ed oggettivi previsti dal
contratto, dalla legge e dalla loro coincidenza con ciò che è accaduto nella
realtà, storica o ricostruita. Questo accertamento o viene fatto dalla
compagnia assicuratrice o da un arbitro o da un giudice. Ma soltanto in
quest’ultimo caso la somma liquidata potrebbe essere quanto dovuto, dal
momento che negli altri casi bisognerà negoziare la somma con gli interessi
della controparte. Tuttavia, anche in questo caso, in cui interviene un
accertamento giudiziale, al danno originario si somma il danno di dover
sostenere un processo, le sue incertezze, i suoi costi e le relative
conseguenze sulla vita e gli affari personali.
2) Il sistema delle assicurazioni sostituisce alla burocrazia dello Stato una
Burocrazia “privata” potenzialmente ancora più pericolosa ed ancora più
corrotta. Al verificarsi del danno, dirigenti, impiegati, periti, avvocati
e gli altri professionisti più o meno direttamente collegati alla compagnia
assicurativa, da ciascuno dei quali dipende l’esito delle complesse procedure
di accertamento e liquidazione, potrebbero richiedere all’assicurato, più o
meno espressamente, scorciatoie contrattuali e legali o compensi per la
compagnia (anche sotto forma di oscure transazioni) o direttamente per le proprie
tasche. Con un duplice scopo: l’arricchimento indebito personale o della
compagnia a danno dell’assicurato e la sterilizzazione dell’azione in
giudizio dell’assicurato medesimo. Una procedura, dettagliatamente progettata
e amministrata che persegue esattamente l'obiettivo di penalizzare, anzichè
soccorrere, il soggetto bisognoso: esattamente l'opposto per cui la prima
assicurazione era nata nel 1852 proprio in Italia, in un paesino povero di
pescatori della Liguria per tutelare le famiglie da naufragi e dalle morti in
mare.
3) Una perdita certa e smisurata.
Per dare un’idea della perdita che si subisce occorre considerare che i
costi di una assicurazione non sono mai interamente dichiarati e questo per
salvaguardare l’interesse economico generale. Ciò dà una straordinaria
capacità alla compagnia di assicurazione di determinare in modo totalmente
arbitrario i costi totali che gravano sull’assicurato.
4) Un rischio non coperto: il rischio-assicuratore.
L’esperienza di oltre 150 anni maturata in tutte le regioni del mondo ed in
tutte le condizioni di mercato dimostra che in caso di crisi economica il
primo settore a subirne è quello assicurativo. Le società di assicurazione e
di riassicurazione, quindi, aumentano le insolvenze e le resistenze proprio
nel momento di maggior bisogno. Ciò è dovuto anche alla incompatibilità strutturale
del business assicurativo con quello proprio dell’asset management e del risk management
(conflitti d’interessi), oltre a tutta un’altra serie di
inefficienze che sviluppa il settore assicurativo stesso al suo interno ed,
esternamente, nel sistema industriale, oltrechè sociale.
5) Un rapporto contrattuale ingestibile.
A causa della diffusione incessante di informazioni e suggestioni gravemente alterate,
regolarmente prodotte e distribuite. Una informazione corretta difficilmente
può essere disponibile in materia di assicurazioni in mancanza di un
consulente indipendente dal business assicurativo. La forte penetrazione della
comunità assicurativa con gli ordini professionali e le principali istituzioni
della società esclude un facile accesso a dati storici e statistici neutri.
Pensiamo, ad es. alla straordinaria scarsità di studi ed analisi
strutturalmente critici al sistema delle assicurazioni. Oggi le polizze
vengono promosse o vendute dai protagonisti principali della nostra società e
delle nostre istituzioni politiche ed economiche come normale attività
parallela in via del tutto ordinaria, ma certamente disonesta.
6) Una assicurazione assorbe liquidità inutilmente.
I premi all’assicurazione vengono versati a fondo perduto, mentre alle
forme di accantonamento viene addebitato, all’ingresso, anche oltre il 70% di
commissione sull’importo versato.
7) Una assicurazione obbliga al debito.
Sottraendo inutilmente liquidità, le assicurazioni obbligano i
sottoscrittori a ricorrere a mutui ipotecari e altre forme di prestito
bancario, normalmente ad usura, al fine di poter finanziare l’operatività
quotidiana o al verificarsi del primo inconveniente.
8) La percezione antisociale di una assicurazione.
Legare la propria attività alle apparenze offerte da una compagnia
assicurativa non solo produce perdite interne, ma può aumentare la percezione
negativa del business e peggiorare gli standard di affidabilità (rischio
reputazionale).
9) La surrogabilità dello strumento.
Un’assicurazione non è altro che un contratto che ha ad oggetto un fondo
d’investimento, senza garanzie di gestione, contabilità, verificabilità e
trasparenza, con lo scopo statutario di scoraggiarne la fruibilità e con oneri
ben più gravosi.
10) Le assicurazioni guadagnano dal numero e dalla gravità di incidenti o
tragedie che si riescono a provocare.
Diversamente da quanto si ritiene solitamente, le compagnie assicurative
guadagnano di più con soggetti privi di tutela assicurativa che con clienti in
più. Esattamente allo stesso modo in cui guadagnano di più se appare una
maggiore incidenza degli eventi di rischio, più danneggiati e più truffe. La
spiegazione è che si tratta di tutti eventi che se, pilotati come si deve,
aumentano a dismisura la sottoscrizione delle polizze da parte di persone rese
oggettivamente incapaci di fare adeguate valutazioni - e giustificano le
imposizioni per legge. Mentre i rimborsi non possono mai comunque andare oltre
i budget aziendali, in base a precise disposizioni di legge, oltrechè per
politiche aziendali.
In altre parole, è solo la sottoscrizione che conta. L'assicurato per il resto
è solo un costo, da rimuovere o ingannare il più presto e il più
silenziosamente possibile. Ciò potrebbe accadere anche con l’ausilio di
sindaci, presidenti e ispettori delle amministrazioni sia pubbliche che
private. Basti notare, ad es., come si sia violentemente radicalizzato il
contrasto delle lobbies delle compagnie assicurative, anche europee, contro il
presidente americano Obama a seguito delle riforme della materia che sono
state avviate dall'amministrazione statunitense. E, inoltre, quanto siano
frequenti provvedimenti d'autorità che gli amministratori, sopratutto
italiani, adottano per rendere obbligatorie la sottoscrizione di prodotti
assicurativi alla popolazione, sia individualmente che collettivamente.
11) Le assicurazioni potrebbero discriminare i risarcimenti.
Le società di assicurazioni potrebbero pagare prontamente solo coloro nei
confronti dei quali hanno un interesse specifico di mercato, ad es: un
particolare funzionario pubblico, oppure soggetti controllati o controllanti, ecc. Mentre
potrebbero aumentare le resistenze nei confronti di tutti gli altri, tra cui
poveri e indigenti, ma anche imprese o professionisti indipendenti. In questo
modo agendo come "stanza di compensazione e redistribuzione del reddito
nazionale" in peggio, aggravando cioè non solo il divario tra i ricchi ed i
poveri, ma anche aumentando gli squilibri economici a favore degli
oligopolisti. Danneggiando o impedendo di lavorare alle imprese concorrenti
delle posizioni dominanti e causando maggiori concentrazioni.
Discriminare i risarcimenti significa però anche esercitare sulla società e
sulla nazione un'intimidazione ed un condizionamento associativo ambientale di
tipo violento, poiché dall'eventuale omissione della compagnia assicurativa
derivano danni gravi ed ingiusti per le persone e le cose. La richiesta delle
compagnie di controfavori, o transazioni, o negoziazioni, conseguentemente, si
potrebbe configurare come fatto di chi, con violenza o minaccia, costringe uno
o più terzi a fare o ad omettere qualche cosa traendone un ingiusto profitto
con altrui danno.
12) Le insolvenze delle assicurazioni giustificano i ritardi dei processi civili.
Nel nostro sistema economico, le insolvenze delle assicurazioni e la scarsa utilità dei nostri tribunali civili si alimentano a vicenda, lasciando alle parti danneggiate ben poche speranze di tutela. Infatti, la stragrande maggioranza delle liti pendenti, in cui i nostri processi affogano, riguarda i mancati pagamenti delle assicurazioni, sia pubbliche che private. Se le assicurazioni cominciassero a pagare gli aventi diritto di quanto dovuto, e nei tempi dovuti, ciò provocherebbe una grave perdita per l'industria forense. Allo stesso tempo, se i tribunali cominciassero a produrre regolarmente sentenze risolutive delle liti, l'industria assicurativa ne subirebbe un contraccolpo insanabile nella sua economia.
Inoltre, una polizza rc
professionale non copre il dolo del consulente, ma solo l’ipotesi della
negligenza. Questo significa il paradosso che il cliente dovrà dimostrare che
non c’è stata truffa se vuole avere il risarcimento assicurativo. A quel
punto, al consulente non servirà altro che esibire le informative sui rischi
firmate dal cliente, e gli altri adempimenti formali minimi, e dopo anni di
costose procedure, il processo si chiuderà in un nulla di fatto. I vincitori
saranno le assicurazioni che hanno lucrato sui premi, e sul controllo del
consulente, e gli avvocati che hanno incassato le parcelle e mantenuto in
ordine lo svolgimento di tutta la questione
Un capoverso a parte infine merita la cosidetta polizza per la responsabilità
civile del professionista ed i suoi effetti sul mercato. Una polizza rc
professionale (ovvero per avvocati, notai, consulenti finanziari, ecc.) riduce
anziché aumentare la protezione per il cliente, sia perché disincentiva il
consulente, sia perché instaura una relazione trilatera delle responsabilità
in ambito di tutela anche processuale dei diritti. Produce scarsa indipendenza
del professionista e quindi un potenziale pericolo per il cliente. In questo
modo, ad es., dipendendo l’affidabilità del professionista dalle compagnie
assicurative, i loro rappresentanti potrebbero facilmente pretendere
l'utilizzo o la promozione dei loro prodotti, o esercitare agevolmente
pressioni sulle autorità e commissioni di regolamentazione, o stabilire i
livelli di prezzo agevolati per i professionisti affini, o alimentare campagne
d'informazione basate su una pretesa superiorità dei loro prodotti, o tutte
queste cose insieme.
La apparentemente innocua polizza rc professionale,
aumenta i costi e rappresenta un aggravio finanziario insostenibile per un
professionista consulente non venditore. Scredita il patrimonio reputazionale
del professionista nei confronti del mercato, dei clienti e dei potenziali
clienti, è facilmente sostituibile da soluzioni, come ad es. un fondo
personale vincolato del consulente anche facoltativo, oppure un fondo di
categoria compartecipato ed affidato in gestione ai professionisti
indipendenti stessi. Vieta di fatto l’indipendenza del professionista, riduce
il reddito del professionista in quanto ne scredita l’intero servizio, getta
discredito su tutti gli operatori del settore, priva di credibilità il lavoro
dello Stato e delle sue istituzioni, dell’intero sistema economico italiano ed
europeo. Predispone l’espulsione dalla professione dei professionisti
consulenti funzionalmente “non affini”, altera gli obiettivi professionali
individuali e di categoria, predispone la prossima crisi finanziaria, o
l’ulteriore avvitamento di quella già in corso.
In una realtà che segue linee ben diverse da quelle propagandate dagli esperti più
comuni, difficilmente l’economia può essere affidata a chi è impegnato a
soddisfare soltanto il proprio egoistico interesse come immaginava
Adam Smith.
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